LA CHIESA DI SANTA MARIA FORIS PORTAS
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Fuori dalle mura
del castrum tardoromano di Castelseprio, nell'area contigua detta del Borgo
e sul suo limite nord-occidentale, su una delle piccole alture lì emergenti,
si conserva una chiesetta ricordata da documenti medioevali del XIV secolo con
il nome di Santa Maria foris
portas.
Questa è costituita da un'aula a pianta rettangolare in cui si aprono
a settentrione, oriente e meridione, tre absidi semicircolari ad arco oltrepassato
(ad occidente è preceduta da un atrio).
Dall'aula si accede alle absidi per aperture ad arco, le cui spalle sono ravvicinate rispetto al diametro. L'illuminazione naturale è fornita da tre grandi finestre ad arco, lievemente strombate, aperte nell'abside centrale; da due finestre nell'abside meridionale e da una sola nell'abside settentrionale (al lato di ponente si appoggia un vano/monastero), da otto finestre di misura inferiore distribuite nelle pareti laterali e sulla facciata.
Delle tre finestre absidali, a spalle dritte in pietre sbozzate e arco in laterizi, soltanto quella centrale ci è giunta perfettamente conservata. Le due aperture laterali, prive dell'originario archivolto, si differenziano dalla precedente per una larghezza interna leggermente maggiore e per il differente materiale usato nell'arco che è qui costituito da conci di tufo e laterizi.
Le otto aperture
dell'aula, disposte su due ordini, hanno tutte le spalle più strette
rispetto al diametro dell'archivolto in modo da presentarsi con la caratteristica
forma a fungo. A proposito di queste aperture, un particolare che è opportuno
chiarire è quello del raccordo tra le spalle e le imposte dell'arco.
Solo con l'esecuzione della decorazione pittorica, che si estendeva anche all'aula,
le rientranze furono colmate con l'intonaco e le aperture assunsero la forma
a buco di serratura. Ma, come si può constatare nelle rientranze dell'arco
absidale ed in quelle della finestrella meridionale, l'intonaco primitivo seguiva
l'andamento della struttura muraria.
Finestrelle simili, come risega all'imposta dell'arco, compaiono nelle torri
della cinta muraria di Fréjus (IV- V sec.), in S. Maria Maggiore, in
S. Pietro in Vincoli, in Sant'Agata dei Goti (V sec), nella Diaconia di S. Maria
in Cosmedin a Roma, nella torre di Torba (tardo V sec.), in S. Maria in Otricoli,
in S. Michele in Acervoli (VI- VII sec.) e nell'abbazia di S. Pietro in Valle
a Ferentillo.
Se si considera la tendenza a ridurre le dimensioni delle aperture avvenuta
in occidente dal VI all'XI sec., le finestre dell'aula di Santa Maria potrebbero
trovare una probabile collocazione tra la fine del V ed il VI secolo.
Tale datazione trova più precisa conferma dal confronto delle aperture
absidali con quelle del sacello presso S. Simpliciano e del battistero di Lomello.
Le finestre di S. Maria sembrerebbero di poco posteriori a quelle del sacello
milanese e più o meno coeve a quelle di Lomello.
Le absidi sono
ritmate all'esterno da quattro lesene ciascuna, rastremate nel senso della profondità
all'estremità superiore. Anche all'esterno dell'aula compaiono dei contrafforti.
Questi però giungono al tetto e sono da considerare quali prolungamenti
esterni delle pareti nord e sud. La rastrematura superiore delle lesene compare,
anche se meno pronunciata, in S. Eufemia di Incino, edificio del V secolo, ma
la disposizione di queste trova qui altra soluzione. Infatti, mentre in S. Maria
le due lesene estreme sono staccate dal muro orientale dell'aula, in S. Eufemia,
come del resto nel S. Simpliciano e nel S. Giovanni in Conca, sono addossate.
Nelle absidi di S. Tecla prima e seconda e del sacello presso S. Simpliciano
compaiono invece solo due contrafforti.
Le lesene di S. Maria hanno spessore simile a quello di S. Eufemia di Incino
e del sacello di S. Simpliciano e risultano più appiattite rispetto a
quelle della S. Tecla, del S. Simpliciano (qui tra l'altro si congiungono ad
arco, alla sommità), del S. Vittore in Ciel d'Oro e del S. Giovanni in
Conca. Sembra cioè che lo spessore di questi contrafforti, rapportato
anche alle dimensioni dell'edificio, tenda a diminuire dal IV al VI secolo per
ridursi a semplice partito decorativo in epoca carolingia. In questa fase evolutiva
i contrafforti della S. Maria foris portas sarebbero posteriori a quelli degli
edifici già citati sia per le proporzioni, sia per la rastremazione terminale
accentuata. Risulterebbero comunque prossimi nel tempo ai contrafforti della
S. Eufemia di Incino e del sacello di S. Simpliciano.
Inconsuete, anche se planimetricamente meno appariscenti, sono le sporgenze delle pareti est ed ovest dell'aula. Queste sono in numero di tre, in quanto manca quella a nord della facciata. L'esistenza di un vano, che chiameremo A, tra l'abside nord e la parete settentrionale dell'aula e dell'atrio, rivelata dagli scavi, giustificherebbe tale assenza. Vi sono però seri dubbi sull'originaria mancanza di questa lesena, giustificati dall'esame dello spigolo superiore nord della facciata che risulta rifatto.
Posto innanzi
alla chiesa l’atrio presenta quattro lesene poste due a due sugli spigoli
della facciata. Nella parete meridionale si apriva una porta affiancata da due
finestre. Simili aperture con ogni probabilità comparivano sul lato occidentale
ove restano solo tracce delle spalle delle finestre. La parete nord, parzialmente
interessata all'esterno del vano A, risulta cieca. Nella parete meridionale,
ove sono sufficientemente leggibili, le aperture presentano la caratteristica
forma a fungo con archivolto in tufo e spalle in pietre sbozzate e si presentano
quindi simili a quelle dell'aula.
La muratura dell'atrio è eseguita in pietre e ciottoli (gli angoli e
le spalle sono eseguiti quasi esclusivamente in pietre per lo più lunghe)
approssimativamente allineati ma non sembra presentare una notevole diversità
da quella dell'aula.
Planimetricamente
S. Maria presenta la caratteristica forma trilobata: ad un vano centrale a pianta
rettangolare sono accostate tre absidi semicircolari ad arco oltrepassato, di
cui quella orientale ha maggiori dimensioni. Analogo impianto possiede il battistero
di S. Giovanni Battista a Gravedona. L'edificio, del V secolo, si differenzia
per l'aula, a pianta quadrata anzichè rettangolare, per le absidi, che
pur essendo profonde non sono ad arco oltrepassato, e per la mancanza della
separazione delle due absidi minori a mezzo di elementi murari. Se si prescinde
dalla forma quadrata dell'aula, più idonea ad un battistero, i due edifici
si differenziano solo per alcuni particolari che riflettono le mutate condizioni
di gusto giustificate dall'epoca più tarda in cui sorse S. Maria.
La pianta di S. Maria, chiaramente collegabile a quella del S. Giovanni di Gravedona,
non differisce in modo essenziale da quelle delle basiliche milanesi di S. Simpliciano
e di S. Nazario e della basilica comasca di S. Abbondio.
Nell'aula il
pavimento originario a tasselli di marmo (bianco di Musso e nero di Varenna)
presenta, nella parte conservata, un ricco disegno ad esagoni neri di diverse
dimensioni intramezzati da triangoli bianchi. Fasce di vario disegno separano
le varie campiture ad esagoni. Analoghi pavimenti sono stati ritrovati in S.
Tecla, in S. Nazario e nei battisteri di S. Giovanni alle Fonti, di Riva S.
Vitale, di Novara, di Gravedona (nell'abside orientale). In base agli elementi
di opus sectile rintracciati negli scavi o nelle murature posteriori, dovevano
inoltre possedere simili pavimentazioni il S. Giovanni in Conca, il battistero
di Lomello ed il S. Abbondio di Como. Gli edifici sopra citati sono tutti anteriori
all'invasione longobarda. Di epoca posteriore è invece giudicato il sacello
riapparso sul fianco sinistro della basilica ambrosiana, durante gli scavi per
la ricostruzione della canonica bramantesca. Il sacello possiede un pavimento
in opus sectile a disegno minuto e suddiviso in campiture di minor respiro di
quelle sepriensi. L'abside ad arco oltrepassato ha forse contribuito ad assegnare
ad un'epoca tarda questo edificio, ma si hanno validi motivi per dubitare sull'
esattezza di tale datazione. Tratti di analoga pavimentazione compaiono anche
nella basilica di S. Vincenzo a Galliano ove l'irregolarità del disegno
conferma la supposizione avanzata dal Crema di un rifacimento medioevale.
Il disegno del pavimento di S. Maria arieggia ancora caratteri classici ed è
ricollegabile ad esempi più ricchi della prima età imperiale.
Un esame accurato rivela comunque una stretta relazione tra il nostro opus sectile
e quello delle absidiole del battistero novarese di S. Giovanni delle Fonti.
In quest'ultimo la parte centrale risulta più elegante, più ricca
e di più difficile esecuzione; ma va notato che il battistero di S. Ambrogio
fu costruito quando Milano era capitale dell'Impero, mentre la chiesetta sepriense
nasce in zona periferica ed in epoca economicamente più depressa. La
pavimentazione di S. Maria non può quindi essere che di un 'epoca compresa
fra la metà del V secolo e l'invasione longobarda. A conferma del termine
superiore sta il fatto che nessun pavimento simile sia stato ritrovato in edifici
longobardi. Anzi, nell'originaria chiesa di S. Salvatore in Brescia, la pavimentazione
fu eseguita in semplici lastre rettangolari di botticino in varie dimensioni.
Se si raffronta la povertà del pavimento in rapporto all'importanza dell'edificio,
di fondazione regia e sorto in città, se ne deve dedurre un certo decadimento
dell'arte del costruire; è lecito supporre che ad un pavimento così
povero in una costruzione di sicuro prestigio quale quella di Brescia, potessero
corrispondere in secondarie chiese periferiche soluzioni al confronto così
eleganti ed elaborate come quella di Castel Seprio.
La chiesetta sepriense risulterebbe, in base agli elementi esaminati, un edificio della tarda età romana con tutte le caratteristiche delle costruzioni periferiche del tempo.
Pier Giuseppe Sironi, Sandro Mazza, S. Maria foris portas, in
Angela Surace, Direttore Parco Archeologico di Castelseprio, La chiesa di Santa Maria foris portas
FILOLOGIA DELLA
CHIESA DI SANTA MARIA FORIS PORTAS (Lucina Caramella, 1987)
I Fase:
V – VII secolo
Sorta come cappella dotata forse di xenodochio, divenne forse l’eigenkirche
di un signore altomedioevale, o l’oratorio del Vescovo di Milano, oppure
una chiesa parrocchiale.
Durante una prima fase di lavori vennero costruite l’aula e le absidi
e, successivamente, l’atrio ed un locale a nord, luogo del possibile xenodochio,
al quale si accedeva dall’abside nord.
Queste opere in aggiunta potrebbero però essere avvenute in un periodo
molto prossimo alla fase iniziale, o forse durante la stessa, in seguito ad
un cambiamento di progetto.
II Fase:
VIII – XI secolo
Tra l’VIII ed il XI secolo un piccolo cimitero si sviluppò intorno
alla chiesa e all’interno dell’atrio mentre a ridosso del muro ovest
del vano citato, si costruì un recinto tombale contenente una grande
tomba in pietra, chiusa da un lastrone a doppio spiovente con scolpita una croce
‘a spada’.
III Fase:
X – XIII secolo
Durante l’uso del cimitero, tra il X e il XIII secolo, venne scavato un
grande fossato difensivo di fronte alla facciata ovest della chiesa.
Santa Maria scampò all’ordine di distruzione di Ottone Visconti
nel 1287 rimanendo però parzialmente scoperchiata e cadendo in abbandono
per circa due secoli.
IV Fase:
XIV secolo
Si suppone che il vano laterale sia stato rimosso, alle fondazioni, proprio
in questo periodo.
A parte la citazione della chiesetta nel Liber Notitiae del XIII secolo
e nella Notitia Cleri del 1398, si inizia ad avere notizie precise
di Santa Maria nel XVI secolo, tramite le descrizioni contenute negli atti delle
visite pastorali.
V Fase:
XVI secolo
Dalle visite pastorali si apprende che, nel ‘500, per ridare la chiesa
al culto e farla costantemente officiare, divenne oggetto, per iniziativa di
un privato, di alcuni restauri e modifiche dato che, probabilmente nel secolo
precedente, aveva subito un incendio.
Vennero rifatti gli intonaci mancanti, mentre l’abside maggiore fu reintonacata
totalmente e piccozzati in alcuni punti i dipinti del ciclo per farvi meglio
aderire la malta.
Sempre nell’abside maggiore, nello spazio ricavato dall’accecamento
della finestra centrale, venne dipinta la scena del Presepe
ed accanto a questa una Madonna del Latte, dipinta, secondo il Bognetti ed il
Chierici, nel 1542.
I resti di un locale, tra le abside sud ed est, testimoniano la costruzione
di una sacrestia, alla quale si accedeva da una porta aperta nella parete dell’aula,
verso sud.
Anche l’atrio venne modificato e, per ricavarvi l’abitazione del
cappellano, sopraelevato fino ad una quota pari a quella dell’aula.
VI Fase:
XVII secolo
Nel corso del XVII secolo la chiesa subì nuove trasformazioni: poiché
ormai non era più necessario che il cappellano risiedesse in Santa Maria
– essendosi rivolta altrove la devozione locale per la Madonna del Latte
– ne venne eliminata l’abitazione rimuovendo il pavimento del locale
sovrastante all’atrio.
Nell’aula venne gettato un nuovo pavimento in cemento che ricoprì
quello preesistente, mentre nelle absidi il piano venne rialzato di un gradino.
Tutte le pareti vennero scialbate e venne lasciato a vista solo il dipinto del
presepe.
Il campanile - probabilmente a vela – e la sacrestia vennero demoliti.
VII Fase:
XIX secolo
Durante una campagna archeologica promossa dagli Archinto (proprietari di Santa
Maria) nel 1845, nell’atrio fu rinvenuta la lapide
di Wideramn, trovata in opera su di una tomba.
Successivamente a questa data vennero demolite le absidi laterali.
Infatti, mentre nelle mappe del Catasto cosiddetto di Maria Teresa è
rappresentata ancora triconca, nella successiva del 1862 è priva delle
absidi laterali.
Non si sa con sicurezza quando ciò sia avvenuto ma, presumibilmente,
dopo il 1857, ovvero dopo la distruzione di San Giovanni Evangelista.
In seguito ad un’epidemia di colera Santa Maria Foris Portas venne, molto
probabilmente, adibita a lazzaretto di fortuna e, per questa occasione, vennero
chiusi gli archi d’accesso delle due absidi e aperte, al loro posto, due
piccole finestre.
VIII
Fase: XX secolo
Si torna ad avere notizie ufficiali di Santa Maria nel 1912, quando il dipinto
del Presepe venne fatto oggetto di notifica al preposto di Carnago, da parte
dell’Ufficio di Conservazione dei Monumenti per la Lombardia, perché
‘dichiarato da annoverarsi ai monumenti nazionali’.
Ma nel 1933 la chiesa venne sconsacrata dal Cardinale Schuster, il quale, di
conseguenza, prescrisse anche il trasporto del crocifisso e dell’Immagine
della Madonna, che ancora rimanevano in quella squallida cappella, nella chiesa
di Carnago. Ma far cessare ogni rito vuol dire far mancare, dopo poco, ogni
manutenzione dell’edificio, così nel 1934, dall’Ispettore
Onorario della zona venne proposto lo strappo del Presepe ed il trasferimento
presso il Museo di Gallarate.
Dalla Soprintendenza venne allora inviato, per un sopralluogo, il Direttore
del reparto Gallerie e Musei – Prof. Morassi – che però trovava
in Santa Maria una situazione nuova ed inattesa: alla destra della scena del
Presepe, su uno strato di intonaco inferiore, appariva un’altra scena
affrescata, di circa un metro e mezzo quadrato, raffigurante la Madonna e S.
Simeone, a colori leggerissimi con prevalenza di terra ocra.
Pittura che giudicò essere stata eseguita con mirabile sapienza e che,
per quanto gli era possibile vedere, datava al XIII secolo.
Così il 4 settembre 1934 il soprintendente notificava al preposto di
Carnago di aver deliberato lo scoprimento di tutti gli affreschi.
Anche se, per mancanza di fondi, l’operazione non venne compiuta, dovrebbe
essere questa la vera data di inizio delle scoperte delle pitture di Castel
Seprio. Successivamente – nel 1936 – Santa Maria venne privata del
dipinto del Presepe e del Crocifisso e, priva anche di ogni chiusura, rimase
abbandonata fino al 1944 quando il 7 maggio, il Bognetti ebbe la gioia di reintravedere
le pitture in quell’abside superstite.
In collaborazione con il Chierici ed il De Capitani D’Arzago, il Bognetti
iniziò subito il ben noto lavoro di scoperta, di studio e di restauro
dell’edificio. I primi lavori ad essere intrapresi furono quelli relativi
alla rimessa in luce del ciclo di dipinti.
Durante i lavori venne scoperta anche la Madonna del Latte.
Il dipinto si presentava alla sinistra della Natività, ma un poco più
in basso, e – secondo quanto asserisce il De Capitani - con l’intenzione
di ricollocarlo in un’altra parte della chiesa, venne strappato.
Nel punto di intersezione dell’immorsatura della parete curva dell’abside
sud con quella dell’aula, esternamente, si era salvata una porzione di
intonaco, con impasto uguale a quello delle pitture, su cui figuravano ancora
tracce della decorazione rosso – violacea, tipica delle fasce del ciclo.
Internamente, tra le due finestre superiori dell’angolo nord-ovest dell’aula,
ne era rimasta una porzione con coloritura giallo-oro, simile a quella che fa
da sfondo all’etimasia ed ai due Angeli sull’arco trionfale dell’abside.
Prima di iniziare i restauri dell’edificio vennero eseguiti alcuni sondaggi
nell’affiorante abside settentrionale.
Nel terriccio sotto il pavimento dell’abside est vennero trovati materiali
frammentari di piastrelle marmoree a forma di rombo, di esagono, di quadrato,
di triangolo in marmo di Musso e Varenna e, sulla parete dell’abside,
si era anche intravista la traccia di preparazione in coccio pesto; esplorando
una parte del pavimento dell’aula: la base di una colonnina marmorea -
probabilmente di lapide tombale – che porta le lettere H – F (honesta
foemina).I primi lavori
riguardarono l’abside: venne riaperta la finestra centrale e la parte
superiore delle laterali.
Nell’aula furono riaperte le otto finestre e tolto l’intonaco, distruggendo
così i resti della decorazione che ornava tutta la chiesa.
Le absidi laterali vennero ricostruite, con materiali uguali a quelli impiegati
per la costruzione dell’intero edificio, ma con due sole finestre ciascuna.
Venne ricostruito anche lo spigolo d’immorsatura della parete nord del
vano a nord dell’atrio, lasciandone sporgere dei sassi che non vennero
coperti da intonaco; inoltre, nel punto della presunta porta d’accesso,
venne ricavata – verso l’esterno – una nicchia.
Durante i lavori per rimuovere il pavimento dell’aula tornò alla
luce parte dell’originario in ‘opus sectile’, che venne lasciato
a vista nell’angolo nord-est.
Alla quota dell’antico pavimento comparve anche una cornice, lungo tutto
il perimetro dell’aula, in beole.
Nelle absidi i pavimenti vennero posati ad una quota maggiore rispetto a quella
dell’aula e messi gradini in pietra, di riporto, per accedervi; nell’abside
est venne lasciata aperta la fossa dell’altare, che era stata rinvenuta
dal Bertolone.
L’apertura venne poi richiusa agli inizi degli anni ’80.
L’atrio venne abbassato all’altezza originale ed il tetto dell’aula
fu rifatto portando la linea di colmo in posizione orizzontale (prima era più
bassa verso ovest).
I restauri continuarono fino agli anni ’50.
Nel 1964, nell’abside sud, su sua volontà, fu sepolto il Bognetti.